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EDITORIALE_You are a sousveiller, aren’t you?

di francesca vargiu

Chi di noi non sa di essere costantemente sottoposto al monitoraggio indiscreto di milioni di telecamere? Questo è ciò che tecnicamente si chiama surveillance, che tradotto letteralmente dal francese significa “sorvegliare dall’alto”.

Forse non tutti sanno che ora esiste anche la sousveillance, esatto contro-altare del tanto odiato ma incontrovertibile monitoraggio supremo: si tratta di ribaltare le gerachie e trasformare la gente comune, quelli che abitualmente sono il bersaglio della surveillance, in coloro che, anche semplicemente muniti di una videocamera del cellulare, possono registrare gli occhi da cui siamo controllati.

Se la surveillance, che sia governativa, terroristica o non autorizzata, rappresenta “the eye-in-the-sky” che controlla dall’alto, la sousveillance crea una comunità di persone che “spiano gli spioni”- watching the watchers-, che contribuiscono a un’intelligenza collettiva e a un’info-anarchia, portando un nuovo livello di trasparenza nel sistema. Trasferire la camera o altri mezzi di osservazione al livello umano significa invertire il punto di vista, sia fisicamente- addirittura impiantando direttamente telecamere sul corpo dell’uomo invece che negli edifici- sia gerarchicamente- in quanto sono persone ordinarie a realizzare le registrazioni piuttosto che autorità supreme.

Pioniere di questa pratica è stato Steve Mann, canadese, con un Phd al Mit di Boston, oggi docente all’ Università di Toronto e ricercatore all’ EyeTap Lab da lui fondato. Nel 1998 egli coniò il termine sousveillance, per indicare “a watchful vigilance from underneath”, ossia uno strumento radicale di auto-tutela e controllo, attuato attraverso la registrazione, il monitoraggio, e l’analisi dei sistemi di surveillance a cui siamo sottoposti. Mann non solo ha dato avvio a questo rivoluzione, ma ha ideato anche una vasta gamma di dispositivi che i sousveillers possono nascondere nello zaino, indossare come orecchini, o portare sul proprio corpo per registrare costantemente ciò che li circonda.

Ma non basta: lui stesso si è trasformato in una definizione vivente della sousveillance, da quando ha intrapreso, ormai più di 30 anni fa, il progetto WearComp, ovvero un esperimento prolungato di simbiosi con una minicamera, innestata sul suo corpo, e un computer che registra e filtra tutto ciò che vede. Indossando WearComp Steve Mann riprende, manipola, seleziona immagini, manda e-mail, naviga su Internet, scrive testi, elabora dati, il tutto in modalità “always on ”, sempre acceso e sempre addosso.

Anche nella nostra più comune realtà quotidiana, il design tecnologico sembra assecondare e favorire la pratica della sousveillance: macchine fotografiche digitali, videocamere, cellulari sfidando dimensioni sempre più ridotte, design maneggevoli e poco ingombranti, sono capaci di rendere chiunque un potenziale sousveiller, in grado di monitorare, gestire, indirizzare le informazioni fornite dall’ambiente in tempo zero.

Per praticare la sousveillance non è sufficiente solo registrare, bisogna anche comunicare: basti pensare al successo di siti come YouTube o Flickr per la condivisione di video o immagini, canali in cui viene costituendosi una sorta di memoria collettiva trasparente, un’intelligenza condivisa.

Senza dubbio Steve Mann rappresenta l’apoteosi estrema della sousveiilance, oltre che una delle incarnazioni più radicali della ricerca sui wearable nel mondo, quella che esalta ed esplora le potenzialità dei computer per la costruzione di una realtà mediata, aumentata nelle sue possibilità funzionali, personali, sociali e politiche. Anche, la ricerca tecnologica odierna ed il proliferare di nuove reti e sistemi informativi sembrano indirizzarsi verso il monitoraggio assoluto sulla nostra vita, infrangendo ogni limite di privacy, e concependo la tecnologia non come un’entità separata bensì in combinazione sinergica con l’essere umano…incubo o realtà prossima futura? Chi scrive comprende e condivide il fascino di questa nuova realtà di info-anarchia, legata a nuovi strumenti di monitoraggio, gestione, e comunicazione delle informazioni: questo è probabilmente un primo passo verso la “re-invenzione” della persona e a noi piace pensare che non lo sia solo in termini funzionali ma anche espressivi.

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