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Film: Babel, landscape 4 a drama

curato da Antonio Conroy

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Le relazioni umane governano le piccole dinamiche della quotidianità e queste, a loro volta, determinano gli eventi della vita. Le nostre piccole azioni quotidiane, le nostre micro decisioni, contestualizzate in un macro mondo, portano a significative variazioni della nostra vita e di quella delle persone che ci circondano. Babel racconta 4 storie ben circoscritte. In Marocco, a Tokio, in California, in Messico. Vicende in cui le conseguenze di ogni azione sbagliata portano ogni protagonista a tragiche situazioni di deriva. Sostanza dopante di ogni disgrazia è lo sfondo su cui si svolgono gli eventi. Si è preso il peggio di ogni contesto sociale per portare i protagonisti alle peggiori condizioni in cui potrebbero trovarsi. A San Diego, Stati Uniti, una “tata” messicana porta irresponsabilmente i due bambini di cui si occupa alla festa di matrimonio di suo figlio. Li porta solo pochi kilometri più a sud ma già oltre il confine di stato, in Messico. Da questa semplice circostanza, si sviluppano fatti spiacevoli ed in modo così eclatante da far pensare ad una forzatura in seno ad uno spirito polemico. Tutto il film ruota attorno a scelte sbagliate ed a conseguenze terribilmente sfortunate. Conseguenze condite e peggiorate dalle dinamiche sociali più oscure di ogni città o paese. Una ragazza sordo muta giapponese si ritrova in balia dei propri istinti adolescenziali, vittima di un senso di solitudine che la governa dalla morte della madre, suicida, e che il padre non riesce a dissolvere. Le immagini di sfondo sono quelle di una Tokio priva di valori. Un paesaggio urbano così denso e diffuso da sembrare una fitta maglia che può avvolgere facilmente il singolo uomo, inibendone la reale percezione del mondo. Un contesto artificiale, che ti costringe ai propri ridicoli meccanismi sociali.

In Marocco un paio di ragazzini stringono con troppa spensieratezza una fucile e questo porterà ad una disgrazia. Anche qui il monito si percepisce come una voce urlante oltre lo schermo.Da un lato pare che il film voglia solo far risaltare i peggiori difetti delle singole razze umane ma le vicende degerano in modo così sgangherato che il vero oggetto della critica sembra sia la superficialità umana. Se ne fa quasi una caricatura e la si contestualizza nelle più varie circostanze. Fortunatamente il senso di ansia che talvolta ti sale durante la visione della pellicola è mitigato dal continuo cambio di scenario. Il deserto del confine messico-americano, quello marocchino ed infine la città di Tokio: il primo caldo, quello africano secco, la metropoli giapponese così piena di elementi da diventare inafferrabile dall’occhio umano. Per questo, non potendone cogliere i dettagli, diventa sfocata, tutta uguale, il terzo deserto del film. Che cosa rappresenta per ognuno di noi il luogo dove viviamo? Noi saremmo gli stessi in qualunque città del mondo? Commentate questo articolo scrivendo dove vorreste vivere, dove NON VORRESTE VIVERE e perché.

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1 Comment»

  Veronica wrote @

The circunstances, coincidences, decisions we take, sometimes insignificant at the time, determined the course to continue. One can not be who we are without these decisions previously seemed insignificant, as bent in a corner or quit. A simple determination can change the course of our lives. Babel, in each of their stories, represents events that have been triggered by the decisions that seem more simple and inconsequential. In the end we are a set of determinations, and without them life would have no meaning now.


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