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ARCHITECTURE IN THE LANDSCAPE. NOT ON IT

curato da Francesca Vargiu

kengokuma.gif

 

Martedì 27 novembre. Kengo Kuma al Politecnico di Milano.

Con quel fare calmo e pacato che lascia trasparire la componente contemplativa più autentica della sua cultura, l’architetto giapponese sa raccontare la sua architettura richiamando più le sensazioni che la mente, lasciando che siano le immagini più che le parole a descrivere i suoi progetti.

Opere che sfidano gli stereotipi iconici delle megastrutture prodotte in Giappone tra gli anni ’80 e i primi anni ’90, per riappropiarsi di quella sensibilità percettiva che lo porta a leggere la natura dall’interno, a capirla nei suoi meccanismi introversi, per poi lavorare su di essa senza mai troppa invadenza, con tratti delicati ma nitidi.

Fin dall’inizio sono frequenti i richiami alla cultura tradizionale giapponese, mai come allusioni nostalgiche bensì quali valori ancora profondamente sentiti e radicati nella sua pratica progettuale di lettura e riscrittura del contesto: Kuma insiste sull’importanza del valore spirituale della natura, quasi alludendo ad una concezione primordiale del paesaggio, in cui la sua architettura sembra disegnare con nuovi tratti la natura stessa, in cui i confini del costruito si perdono in essa, quasi mimetizzandosi.

La sua è un’architettura dell’assenza, in cui l’artificio si integra a tal punto nella natura da scomparire in essa, in cui l’intervento dell’uomo vuole porsi in the landscape and not on it, coinvolgendolo in una sorta di contemplazione estatica. Quella stessa che Kuma riesce abilmente a suscitare in noi studenti di fronte ad immagini indiscutibilmente cariche di valore espressivo, in cui si mescolano luci ombre colori prospettive.

Di fatto tutti i suoi progetti rifuggono l’invadenza del gesto costruito, mirano a cancellare l’architettura, smaterializzando lo spazio attraverso giochi di luci e ombre, concetti sui cui egli insiste come componenti intrinseche della tradizione domestica giapponese.

Ma Kuma sembra capace di plasmare gli effetti luminosi mai in maniera banale, bensì investigando le potenzialità intrinseche dei materiali ed i meccanismi compositivi: alterna il vetro e la carta di riso per ottenere differenti gradienti di opacità; lavora sulle superfici discontinue, impiegando legno e bamboo sagomati in sottili moduli ripetuti; sfida la solidità di materiali come la pietra, alleggerendo la monoliticità del muro attraverso una serie di varchi che lasciano intravedere il peasaggio circostante. Le chiusure dei suoi edifici si materializzano così attraverso gli effetti di trasparenza luminosa o consistenza visiva dei vuoti tra gli elementi; gli spazi all’interno non sono più delimitati da linee definite, bensì si delineano in una sorta di stratificazione visiva, attraverso un gioco di superfici permeabili, rarefatte che producono un senso di immaterialità spaziale.

Ciò che ci stupisce é come la sua notevole sensibilità percettiva e l’attenzione verso l’uso di materiali tradizionali non l’abbia distolto da un accurato studio dei dettagli; quando è l’uso di materie locali a radicare il gesto costruito al contesto, è proprio l’impiego di moderne tecnologie che gli consente di indagare le relazioni tra ideazione e costruzione, materia e forma, risolvendo il rapporto con la tecnica attraverso una operazione di rilettura e ricerca.

Kengo Kuma ha raccontato le sue opere con una semplicità istintiva, immediata ma sensibile, la stessa con la quale nella sua architettura egli mescola natura ed artificio, in un sintesi che richiama l’autenticità dei valori culturali giapponesi e, nel contempo, non rinnega la cultura odierna, che anzi è stata proprio lo strumento con cui il Giappone ha ritrovato la propria identità.

Chissà se tutti i presenti lo abbiano in effetti compreso, visto la banalità di alcune delle domande che gli sono state poste…e chissà cosa avrà pensato Kengo, come tanti studenti stranieri presenti, di fronte agli interventi in italiano…non è forse in contraddizione con una Università che sta investendo così tanto nei programmi per l’internazionalizzazione!?!?!

 

 

 

2 Comments»

  Mge wrote @

im on Boeri lab and i was very disappointed when the professors starts to spoke in italian!! i thinks if the guess speaks english, all in the table MUST Know English!… about the questions, the first one was very interesting ( do it by our lab assitant!!!) the most interesting was that kuma did not respond at all!!, the other questions, very basics… in general that was my impression about… great pics of the builndings, better than building of MVRDV o O.M.A (where the context is not relevant)

  slidingtony wrote @

It was unbelivable to hear the infinite last question(was it a question???). The professor(!!) who did it (in italian) appeared really more interested in trying to promote his knowledge than attempting to give a contribute to enrich an important event.


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