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Tati, un anticipo da poeta

curato da Francesca Vargiu

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Ci sono dei libri che un giovane architetto non può non leggere, così ci sono dei film che non possono non essere stati visti.
Senza dubbio fra questi Playtime.
Come già nelle Vacanze del signor Hulot e in Mio zio, Jacques Tati riesce a farci toccare l’assurdo dei «tempi moderni», celebrare l’individuo contro la spersonalizzazione ed il conformismo sociale, usando come bersaglio della sua satira, mai crudele, sempre un po’ amara, la Francia del dopoguerra, ossessionata dalla modernizzazione.
Una polemica annosa, dunque, però non proprio dettata dal disprezzo per la civiltà contemporanea, quanto intesa a prenderla un po’ meno sul serio di quanto vorrebbero i suoi paladini.
Il protagonista, Monsieur Hulot non è tanto riportato come personaggio, ma come colui che si trova immerso in una realtà asettica e ultramoderna dove un aeroporto non si distingue da un ospedale.
Abita una Parigi del futuro, di vetro e d’acciaio, pulsante di affari e di traffici: mèta di turisti che non hanno occhi per la Torre Eiffel e il Sacro Cuore, appena intravisti nel riflesso d’un cristallo, ed invece vanno in estasi per i grattacieli, in tutto simili a quelli di casa loro, ma spolverati dal mito di Parigi.
Venuto in cerca d’un impiegato nella sede modernissima d’una grande azienda, Hulot trascorre tutta la giornata a rincorrerlo, su e giù nei vari uffici, smarrito nei corridoi e nelle sale d’attesa, mentre l’altro a sua volta lo cerca. Viviamo in un labirinto, ci piace metterci in vetrina, ma incontrarsi è quasi impossibile.
Se finalmente avviene, è per caso all’angolo d’una via, sul finire d’un balletto guidato dagli altoparlanti e dai bottoni elettronici.
D’altronde quel cercarsi è soltanto un pretesto per mescolare Hulot alla folla, trasferirlo dall’uno all’altro locale pubblico, dalla strada al drugstore, dall’aeroporto a una mostra-mercato di prodotti casalinghi, e finalmente in un night-club la sera della inaugurazione: i luoghi topici d’un rito in cui la gente fa da comparsa, appare e scompare, caratterizzata da stereotipi di comportamento e di linguaggio.

 

Il film quindi inizia come il ritratto d’un singolo, Monsieur Hulot, uomo stralunato ed impassibile- impermeabile, cappello, pantaloni un po’ corti e immancabili pipa e ombrello-, poi si converte in un affresco collettivo di uomini, donne ed oggetti che si ripetono in un universo artificioso, che costò a Tati la costruzione alla periferia di Parigi di una vera e propria città, con strade asfaltate e impianti funzionanti, uffici dalle enormi vetrate, interni labirintici e grigi.
Non c’è quindi un racconto vero e proprio, il divertimento sta nel vedere come un individuo timido, buffo e disponibile riesce a districarsi all’ interno dei meccanismi piatti e stereotipati della realtà odierna…

 

Un film da vedere perché se ai tempi della sua uscita sugli schermi risultò un fiasco, oggi sembra più che mai attualissimo
e forse anche a voi quel Tati che fu accusato in Playtime di aver descritto “l’Europa del 1968 come se fosse filmata da un Lumière marziano” appare più che mai somigliante a quel Rem Koolhaas che nel suo provocatorio articolo La città generica ci presenta una grottesca immagine della città del futuro….giudicate voi.

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