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architettura veste Prada

curato da Francesca Vargiu

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Potreste pensare di avere un miraggio passando sulla statale 90, nel Texas occidentale, dove nel bel mezzo del deserto di Chihuahuan, si può ammirare una parallelepipedo bianco- 4,8 x 7,5 x 4,7 m- con le tende esterne contrassegnate dal marchio Prada, e con tanto di vetrine che espongono le borse e le scarpe della maison italiana.In tutto e per tutto simile a uno store di via Montenapoleone di Milano o della 5th Avenue di New York. Piccolo particolare: non ci sono porte per entrare, nè pret-à-porter da acquistare. È infatti solo una scultura permanente realizzata dal danese Michael Elmgreen e dal norvegese Ingar Dragse ed il suo nome è Prada Marfa.

 Dal 1995 Michael Elmgreen (nato nel 1961 Danimarca) ed Ingar Dragset (nato nel 1969 in Norvegia) che vivono e lavorano a Berlino, collaborano nella produzxione di una serie di installazioni che sfidano le limitazioni spaziali trasformando territori pubblici in ambienti surreali.

More…L’opera, infatti, sorge a 26 miglia da Marfa, un paesino di circa 2000 anime, oggi divenuto una sorta di magnete per artisti e amanti dell’arte, su una terra desolata che ha, come sole altre tracce di civilizzazione, l’asfalto della strada e i pali dell’energia elettrica.A metà strada tra un’operazione di marketing e un lavoro artistico, l’iniziativa viene dalla Fondazione Prada, il ramo creativo della maison italiana, con i contributi decisivi dell’Art Production Fund e di Ballroom Marfa. La prima è un’organizzazione no-profit che si propone di facilitare ambiziosi progetti di artisti contemporanei, per sensibilizzare il pubblico all’arte contemporanea. Yvonne Force Villareal, co-fondatrice nel 2000 insieme a Doreen Remen, è la curatrice dell’installazione. Ballroom Marfa è invece uno spazio non profit, con sede a Marfa e dedicato alla cultura eall’arte contemporanea. Alla realizzazione dell’opera che è costata 100 mila dollari hanno collaborato gli architetti Ronald Rael e Virginia San Fratello che insegnano architettura all’università di Clemson.

Prada-Marfa si integra alla perfezione con le costruzioni della zona nella quale è inserito ed utilizza per i muri il tipico mattone locale, cotto al sole e ricoperti di stucco bianco, secondo la tradizione delle costruzioni della vicina Mesa Verde; le linee orizzontali e verticali definiscono un gusto tipicamente minimalista. Il tempo è uno degli elementi essenziali dell’opera, dal momento che Prada Marfa non sarà manutenuta. Potrebbe dunque, col tempo, diventare un rudere. Ma l’intento è proprio che resti pertinente al tempo in cui è stata realizzata, testimonianza della collezione dell’autunno-inverno 2005-2006 e della moda dei nostri giorni…ma allora ci domandiamo: anche le architetture possono passare di moda?!?

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