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Rapporto tra architettura e fotografia

Curato da Matteo Girola (m.i.m.o special guest)

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Scriveva William Congdon: “Dipingo architettura ma tramite le tensioni umane che la costruiscono (Città Nera, New York) la città non ha personalità è personalità ”

Molteplici sono i tentativi e le circostanze nelle quali si è cercato di capire il rapporto e le influenze esistono tra fotografia e architettura.
Il primo e più naturale dei quesiti che ci si pone è se la fotografia “d’architettura” deve essere espressione artistica o documento oggettivo dell’opera.
In realtà, come nelle migliori querelle, non è possibile distinguere meccanicamente le due cose.

La fotografia durante i soli due secoli che l’hanno vista crescere, ha combattuto, e vinto, la sua “guerra d’indipendenza”, proprio memore del fatto che, non la documentazione, né il mero trasferimento visivo della realtà erano i suoi orizzonti, bensì questa “tensione umana” di cui parla il pittore americano.
“Però intanto precisiamo che esiste la fotografia, e l’architettura (…) non come si dice la “fotografia dell’architettura”. Ci può essere una complicità, un rapporto, ma come non esiste la fotografia di paesaggio, così non esiste la fotografia di ritratto, così non esiste la fotografia di nudo così non esiste la fotografia dell’architettura.”

Ma come spesso è accaduto, la fotografia, oltre a rendere concreto il linguaggio personale dell’autore si è fatta carico, come mezzo di comunicazione, di soddisfare la necessità di rappresentazione, ricerca e diffusione, nelle varie aree espressive.
Così come negli anni Settanta, il sodalizio tra la nitida e precisa interpretazione di Aldo Ballo e l’immagine Alessi, ha portato la fortuna economica e culturale del design italiano nel mondo, così anche all’ influenza della fotografia sull’ architettura dobbiamo, in un certo senso, l’ idea che dell’ architettura stessa abbiamo.
Mies con Ezra Stoller, Neutra, Schindler, Eames con Julius Shulman, Armando Sala Portugal con Luis Barragàn, Le Corbusier con Lucien Hervé, scoperto quasi per caso dall’architetto nel 1949.
Hervè spedì le sue fotografie della Cité Radieuse a Le Corbusier.
Inquadrature asimmetriche con tagli netti, spigolosi e storti. La fotografia non aveva la funzione di capire le intenzioni reali dell’architetto, ma le immagini ritraevano la materia, viva e dinamica come Le Corbusier l’ aveva pensata, e mai vista in fotografia. Le Corbusier scrisse a Hervè: “Lei sa vedere l’ architettura, venga a trovarmi…”.
“Racconta Gabriele Basilico che Gio Ponti si scelse Giorgio Casali prelevandolo dal suo negozio di copisteria per insegnarli personalmente il mestiere di fotografo di “Domus” e avviare una collaborazione proseguita per quattro decenni dal 1953 al 1994.”
Da questi due esempi, una fotografia che crea una visione della forma, e una visione che forma il fotografo in linea con una “filosofia”, ricaviamo le suggestioni per iniziare ad avere uno sguardo sul rapporto tra le due Arti.
La pericolosità, motivo per comprendere alcune resistenze degli architetti è che, se “attraverso la fotografia, l’ architettura entra nel dominio delle arti visive allora si viene a stabilire una diversa relazione tra il nuovo autore (il fotografo), l’ opera ritratta (architettura) e l’ osservatore (architetto), rimanendo quest’ ultimo spodestato in quanto autore.”, come osserva Mimmo Jodice:

“appartiene più intimamente all’ autore, al fotografo che non all’ architetto, pur rappresentando dei pezzi di architettura”.

La fotografia si avvia così verso una forma d’autonomia dove il rimando all’architettura (così come al paesaggio, all’oggetto o al volto fotografato) diventa sempre più sfocato per lasciare il posto alla vera necessità del fotografo-artista, che trova nella forma architettonica l’ espediente per cominciare la sua autonoma ricerca; questo non esclude, ovviamente, che da tale ricerca, non arrivino contributi o valori aggiunti all’ architettura, e che, attraverso la rappresentazione delle forme, non ci sia una perfetta trasposizione in realtà di un pensiero nato dall’immaginazione del progettista.
In queste parole di Gabriele Basilico ritroviamo quest’analisi, ma con anche l’apporto del punto di vista dei media: “In particolare negli ultimi anni la complessità e la natura specifica del linguaggio con cui l’architettura partecipa al circo mediatico della comunicazione visiva globale costringono gli architetti a un notevole sforzo creativo e a un’attenta e non casuale scelta dei partner per trasferire la loro opera sui media visuali. Ecco perché si affida alla fotografia un misuratissimo e delicato compito: quello di rappresentare visivamente, se possibile amplificandola, l’inedita portata e la qualità di una nuova opera architettonica. Potrà accadere per qualcuno, come avviene sistematicamente per i grandi marchi della moda, che la fotografia e il progetto grafico diventino paradossalmente importanti quanto, e forse di più, dell’architettura, e che quindi l’immagine, soggetta all’interpretazione di altri, possa sostituire senza troppi problemi la realtà.
È senz’altro vero che un aspetto che aiuta la costruzione del mito di un architetto o di uno studio è la scelta d’immagini “corrette”, congrue. Se si osservano le fotografie che illustrano un’architettura nuova, anche complessa, sono sempre poche, ben selezionate e, a dispetto delle esigenze di redazioni e d’editori, sono spesso le stesse. Si preferisce cioè distribuire poche fotografie moltiplicate per tante testate specializzate. Questa reiterazione di un numero limitato d’immagini, aumenta virtualmente la diffusione dell’opera architettonica perché ne amplifica l’identità.” È molto interessante notare che Basilico in quest’ultimo passaggio ponga l’attenzione su una cultura dell’architettura attraverso la diffusione, grazie ad un numero limitato di fotografie selezionate, come se fossero il volto riconoscibile di un attore noto, tramite un suo famoso ritratto; non a caso è proprio lui a firmare nell’83 “Milano ritratti di fabbriche” dove “ritrae” le facciate delle industrie milanesi, quasi con occhio antropologico.

Per un’analisi più completa e strutturata bisognerebbe, però, approfondire il più forte tra questi contributi che trova il suo “Luogo” nel rapporto tra la fotografia e il paesaggio; quando lo sguardo del fotografo si abbassa, e il banco ottico fa un paio di passi indietro, ecco che “ha inizio lo straordinario lavoro di fotografi che spostano, di fatto, lo sguardo dall’architettura verso il paesaggio costruendo una cartografia “imprecisa”, senza punti cardinali che riguarda più la percezione di un luogo che non la sua catalogazione o descrizione (…) Dagli anni delle scoperte e dei viaggi mentali di Ghirri il rapporto tra la fotografia e il paesaggio, ma potremmo parlare a questo punto di “territorio”, ha rappresentato il campo più fertile delle relazioni tra fotografia e architettura. “

Ma è nella sua ricerca “autonoma” che la fotografia ha dato il contributo più sostanziale all’architettura avendone dapprima riempite di memoria le scatole vuote e avendo scoperto il significato degli interstizi tra queste presenze astratte. E ora è il mezzo fotografico che veicola le opere della Land Art che affronta i territori della metropoli, delle periferie urbane, delle mescolanze e delle diaspore delle popolazioni del pianeta, che porta alla comprensione visiva i territori “altri” del paesaggio industriale e dei terreni da reclamare. Dobbiamo alla fotografia l’individuazione di nuovi ambiti, o residui di una possibile progettualità, nel contraddittorio e drammatico panorama delle trasformazioni del nostro pianeta.

“Quale rapporto esiste tra architettura e fotografia?”
Riflessioni di tre autori

Giovanni Chiaramonte:

Paradossalmente è un rapporto che ho scoperto dopo, molto tardi per certi versi.
E solo, in effetti, che nell’83 dopo aver fatto la mia prima grande mostra, dopo quella degli esordi al Diaframma, una mostra che si intitolava “Giardini e Paesaggi” allo studio Marconi, che vengo contattato dall’architetto Pierluigi Nicolin, direttore di Lotus, davvero interessato dal modo con cui avevo lavorato ad una sezione del libro che si intitolava “Paesaggio italiano”, Nicolin mi chiese di cominciare a fotografare per la sua rivista. Dopo un servizio sulla piazza dei piacentini a Brescia fui inviato a lavorare sull’Iba di Berlino, e per sette anni tre quattro volte l’anno mi recai fino nella capitale o ex-capitale tedesca.
Rapporto tra fotografia ed architettura: laddove l’immagine (della fotografia) crea davvero un’immagine capace di essere abitata dal cuore dell’uomo, l’architettura è la costruzione, la messa in scena fisica di questa dimora che via via l’immaginazione dell’uomo si crea nel mondo.
E poi non dimentichiamo quale profondissimo rapporto leghi l’invenzione della prospettiva e poi dell’obbiettivo da parte di Galileo, alla rappresentazione della città che dall’Umanesimo attraverso Brunelleschi viene fatta via via fino alla grande inerudibile vicenda che negli anni trenta-quaranta legheranno nella figura per esempio di Giuseppe Pagano e di Carlo Mollino, la rappresentazione della città attraverso la fotografia, alla edificazione della città data attraverso l’architettura.

Gabriele Basilico:

Il rapporto tra architettura e fotografia è qualcosa che mi riguarda molto da vicino, è il rapporto che io estendo, vorrei estendere, come dizione alla città, ovvero a quel insieme di architetture che dialogando tra di loro formano e danno forma allo spazio urbano che è lo spazio poi dove noi viviamo. Il rapporto è un tentativo di capirci qualcosa, un modo di guardare, di guardare con più profondità, con un tempo più lungo, di fare un’esperienza di permanenza nello spazio, e quindi capire come funziona lo spazio. “Come funziona lo spazio” è una definizione un po’ arida, un po’ tecnica, è come dire, con una definizione un po’ retorica ed esasperata, come funziona la vita, cosa ci faccio lì, ed è questo un po’ alla fine il senso profondo della cosa: misurare lo spazio per dare una ricostruzione del senso di questo spazio, secondo il mio punto di vista.

Guido Guidi:

Io ho studiato architettura, quindi in qualche modo un rapporto esiste tra me e l’architettura, nel senso che è una cosa lasciata in sospeso da parte mia. Però intanto precisiamo che esiste la fotografia e l’architettura, come insisteva Paolo Costantini, non come si dice la “fotografia dell’architettura”. Ci può essere una complicità, un rapporto, ma come non esiste la fotografia di paesaggio, così non esiste la fotografia di ritratto, così non esiste la fotografia di nudo così non esiste la fotografia dell’architettura. Intanto vorrei dire che l’architettura in fotografia per me non è l’architettura con la a maiuscola, non ho molto interesse per la l’architettura con la a maiuscola. Mi è sempre interessata l’architettura minore, anche involontaria, non mi interessa Le Corbusier, per quanto io abbia fotografato Le Corbusier, Carlo Scarpa, Mies van der Rhoe, però ogni volta mi sono sentito come dire, quasi in imbarazzo, in imbarazzo perché in quel momento lì il mio rapporto con la loro architettura era un rapporto che diventava più intellettuale, più critico, più ragionato, più timoroso anche, più referente come dire.. soprattutto all’inizio. Non che io pensi che l’architettura o il paesaggio in qualche modo possa essere stravolto dalla fotografia vista in altri termini, però quando tu lavori davanti all’architettura di Carlo Scarpa, allora indossi altri panni, cerchi di indossare i panni di Carlo Scarpa, io ho cercato in effetti, anche con molto piacere, di mettermi addirittura nelle scarpe di Carlo Scarpa, per appunto imparare da lui delle cose, mettendomi nei suoi panni, nelle sue scarpe, muovendomi nello spazio che lui aveva progettato, ritornavo a vedere dei punti che lui magari aveva previsto. Questo è vero, però l’architettura minore ha un interesse maggiore per me, quello di finalmente far vedere anche delle cose che non sono state concepite volontariamente.
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1 Esistenza/Viaggio di pittore americano, Milano, 1975.
2 Guido Guidi, intervista rilasciata a archphoto.it, rivista digitale di architettura arti visive e culture
3 Pierluigi Nicolin, Lotus N° 129 Editoriale Lotus, Milano, 2007
4 Pierluigi Nicolin, ib.
5 Gabriele Basilico, “Architetture, città, visioni” Riflessioni sulla fotografia. Bruno Mondatori, Milano 2007
6 Pierluigi Nicolin, ib.
7 archphoto.it rivista digitale di architettura arti visive e culture

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