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EDITORIALE_Milano vs writers. una battaglia senza vincitori

di Mario abruzzese

Da un paio di anni il Comune di Milano, insieme con l’Amsa, ha intrapreso la sua personale battaglia contro i writers. Non c’è giorno che, passeggiando per le vie di Milano, non si scorga almeno uno dei camioncini del “servizio rimozione scritte” della società che, oltre a questo servizio, offre [è bene ricordarlo], un’eccellente gestione dei rifiuti e pulizia delle strade della città. Omini vestiti di bianco sono intenti a cancellare con potenti getti d’acqua e bicarbonato le firme dei graffittari milanesi. Come nuovi ghostbusters, gli addetti dell’Amsa sono l’esercito del Comune in questa dispendiosa quanto inutile battaglia contro la bomboletta selvaggia.

Nell’ottobre dell’anno appena passato l’assessore al verde e al decoro urbano ha reso noto con orgoglio il raggiungimento del milione di metriquadri ripuliti a Milano dall’inizio dell’operazione. E il fatto che il Comune, l’assessore Cadeo e il vicesindaco De Corato abbiano particolarmente a cuore la lotta alla repressione del graffito è testimoniato dalle ingenti risorse impiegate: 9 milioni di euro spesi nel 2007 e una squadra ufficiale della polizia municipale con una quindicina di uomini che si occupano di stanare i writers.

Un mesetto fa è accaduto un fatto che mi ha fatto riflettere e che dovrebbe forse stimolare la sensibilità di tutti. Verso fine novembre la polizia municipale ha fermato il 26enne Daniele Nicolosi, in arte Bros, celebre graffittaro milanese, intento a disegnare sul muro dell’edificio del giornale “Secondamano” in zona Lodi. Da qui si è scatenata una gran polemica che ha visto partecipe anche l’assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi che ha detto “vantarsi della cattura di Bros è come fregiarsi dell’arresto di Giotto”. La posizione più interessante è stata quella di Emile Blomme, amministratore delegato della Schibsted Classified Media [proprietaria della testata di annunci]. La Blomme ha messo a disposizione di Bros alcuni tra gli ambienti interni della redazione per dare spazio alla sua arte commentando “non intendo frustrare le potenzialità di giovani talenti” proseguendo poi che la lotta al graffito va fatta, ma solo contro chi “imbratta solo per rovinare”. Dello stesso parere anche Sgarbi che, dopo aver offerto la sua disponibilità come perito della difesa nel caso in cui questo episodio finisca in tribunale, ha detto “va condannato chi fa schifezze, premiati gli altri”.

Ma questo il Comune non lo vuole proprio capire. E spreca le sue risorse a cancellare scritte che ricompaiono dopo una settimana in un eterna caccia al writer che non fa altro che alimentare, a mio parere, il gusto di questi giovani dalla bomboletta facile nell’imbrattare i muri della città. E non si capisce perché il comune da una parte si fa sponsor di una mostra che inneggia all’inestimabile valore della street art e dall’altro lato “pensa solo a reprimere” per usare le parole dello stesso Bros. I 60.000 che hanno visitato il PAC tra marzo e aprile 2007 per la mostra “street art, sweet art” testimoniano un’attenzione particolare del pubblico nei confronti di un’arte che, nata dalla cultura hip-hop, sta assumendo negli ultimi anni nuove sfumature influenzate dall’immaginario televisivo e pubblicitario.

I nuovi writers non si sentono artisti, non frequentano accademie e si esprimono, oltre che con la bomboletta, con stickers e stencil. Una sezione della mostra era anche dedicata alle sempre più frequenti forme di sconfinamento della cultura pop-up nel campo della pubblicità, dell’editoria e dell’abbigliamento.

Il mondo dell’arte si è accorto di queste rinnovate forme di espressione chiamate “di disordinazione urbana” e dedica sempre maggiore spazio a Bros e agli altri [Ivan, Aris, Blu, Tv Boy, Ozmo, etc…] che prima del PAC avevano esposto a Palazzo Reale e a Bollate, nell’ambito della mostra “la nuova figurazione italiana”. Ma è chiaro che i graffittari non sono tutti uguali, non tutti hanno veramente qualcosa da dire e soprattutto non sono tutti sono da galleria di arte contemporanea, penso alle innumerevoli tag che ricoprono il piano terra dei nostri condomini. Perciò quello che mi verrebbe da proporre al Comune è di fermare questa corsa senza vincitori dietro alle bombolette e di attuare una politica più raffinata, una campagna che magari coinvolga proprio alcuni dei maestri milanesi del graffito [sarebbe una pena singolare per Bros] per sensibilizzare i giovani graffittari verso il rispetto dei nostri muri, ma contemporaneamente bisognerebbe dare più spazi dove esprimere legalmente la propria arte. In altre città del mondo lo fanno già.

L’atteggiamento di Palazzo Marino rispecchia il regime vittoriano che aleggia su Milano, troppo occupata a farsi lucida per un Expo che non merita e convinta che l’arte sia solo quella chiusa nei musei. C’è bisogno di freschezza, di atteggiamenti nuovi, perché Milano smetta di pensare solo all’alta moda e al business e si apra al dialogo con il nuovo per poter trovare realmente la sua vocazione contemporanea.

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