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Meglio un giorno da leoni…

Curato da Mario Abruzzese

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Dopo sette anni di assenza Robert Redford torna dietro la macchina da presa in un film che intreccia episodi di guerra ed esperienze umane e si pone come ennesima critica al governo Bush ancora in carica.

I personaggi: un politico repubblicano [Cruise] occupatissimo nel persuadere una giornalista di sinistra [Streep] riguardo ad una nuova operazione in Afganistan, un professore demoralizzato [Redford] che cerca di spronare uno dei suoi migliori studenti [Garfield] ad impegnarsi per far fruttare le proprie capacità, due ex studenti del professor Redford [Luke e Peña], arruolati come Marines con l’intento di cambiare veramente qualcosa.

Tra i personaggi, quindi, niente di particolarmente inedito, ma ciò che colpisce di questo film è più che altro il fatto che sia interamente costruito sui dialoghi, tanto da meritarsi la pungente definizione di “radiodramma”. La critica americana ha infatti bastonato la pellicola definendola una “maratona di chiacchiere”. Ma la particolarità della pellicola sta proprio nella sua teatralità, nella bravura dei tre attori e nella loro eccezionale capacità dialettica. Così l’intreccio si costruisce interamente attorno alle tre star Tom Cruise, Meryl Streep e Robert Redford [regista e protagonista] oltre che al giovane Andrew Garfield nel ruolo dello studente svogliato ma pieno di potenzialità. E poi ci sono i due marines, i veri leoni, quelli mandati alla guerra da agnelli in doppio petto bravi a decidere per la vita degli altri.

Vincente l’ambientazione in tre differenti set contemporanei e lo svolgimento delle tre vicende parallele tutto nell’arco di un’ora. Meno convincente il set in cui i due Marines si trovano a combattere mortalmente con un gruppo di soldati-ombra sbucati dalle montagne, il tutto ambientato nella Simi Valley nei dintorni di Hollywood. D’altronde ciò si giustifica con il budget ridotto del film, soli 35 milioni di dollari.

L’intreccio si svolge in un continuo ping pong tra i vari interni e il fronte afgano: lo sceneggiatore Matthew Carnahan ha ammesso di aver avuto l’ispirazione durante una notte di zapping televisivo.

Un film che tocca diversi temi, senza tuttavia approfondirli troppo, dalla ormai consueta critica al governo guerrafondaio di Bush, alla constatazione riguardo alla crisi del ruolo dei media, fino all’impegno giovanile nella società e al rifiuto dell’apatia.

Personalmente mi sono fatto affascinare dal dialogo tra professore e studente…

Insomma, un po’ di retorica ma attori di alto livello per un film che non dispiace.

Quello che penso è che forse questo film serva più all’estero che negli Stati Uniti e che probabilmente sia stato capito più fuori che in patria. Noi italiani di questo film dovremmo soprattutto apprezzare il coraggio di Redford e ricordarci che un film del genere in Italia non si sarebbe neppure potuto fare. In quanto a libertà di informazione di strada ne abbiamo da fare. Certo “Leoni per agnelli” è un film di critica diverso da quelli dell’indipendente Moore ma pur sempre interessante perché non documentario, ma narrazione romanzata di fatti non reali, ma tanto realistici da sembrare tali.

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