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EDITORIALE_La triste università italiana produce gli stanchi del domani

di Giuliano Da Empoli

Sono anni, ormai, che tutte le ricerche comparative sulle università dei paesi industrializzati ci ripetono che le nostre sono tra le peggiori. Qualunque criterio si adotti [dalle competenze degli studenti alla produttività dei professori, dalla dotazione infrastrutturale alla percentuale degli abbandoni] il risultato è sempre lo stesso: siamo in fondo alla classifica.
Al di là dei dati obiettivi, però, a me pare che il dato più preoccupante sia un altro. Lasciamo perdere, per un momento, gli indicatori e le statistiche: il vero dramma dell’università italiana è l’atmosfera che si respira nei suoi corridoi. Volendola riassumere in due parole, la si potrebbe chiamare una cultura della rassegnazione. Studenti annoiati che ciondolano tra i corridoi scambiandosi leggende metropolitane sulla severità dell’uno o dell’altro professore. Impiegati che si aggirano come fantasmi e si dissolvono non appena c’è da fornire la più elementare delle informazioni. Ogni tanto passa un anziano cattedratico seguito da uno stuolo di assistenti quarantenni, rassegnati anch’essi ad una vita da 1200 euro al mese, quando va bene.


Tutto, ma proprio tutto, nell’università italiana conferma ai suoi frequentatori che nulla, ma proprio nulla, è possibile. Negli anni decisivi della maturità, quando massimo dovrebbe essere lo slancio vitale per entrare nella vita adulta, gli studenti ricevono ogni giorno dalla nostra università una lezione di menefreghismo, di meschinità, di arbitrio. Un saggio stupendo di questa cultura l’ha data, l’anno scorso, Alessandro Piva, nel suo “Apocalisse da camera” [Einaudi]. La piccola odissea di un assistente di Filosofia del Diritto cinico e disincantato che naviga nella palude dell’accademia italiana traendone ciò che può, tra professori che non rispettano mai un appuntamento e studentesse che si offrono in cambio di una promozione.
In queste condizioni non c’è da stupirsi che i neolaureati siano “pigri, arroganti e poco preparati”. Lo ha detto, in chiusura di un convegno, il Rettore del Politecnico di Milano, mettendo in luce un problema ulteriore. Perfino i pochi luoghi di eccellenza dell’accademia italiana formano un’elite rassegnata. Saranno anche preparati, i prodotti delle migliori università italiane, ma hanno una visione triste e passiva del mondo che li circonda. Ciò che colpisce di più, se si confrontano i rampolli delle varie Bocconi, Normali, Luiss e quant’altre con i loro equivalenti stranieri, non è un gap di competenze: è l’assenza in loro della più elementare delle curiosità, quella che spinge a viaggiare, a tentare, a sbagliare. Harvard è la culla delle classi privilegiate americane. Da lì, però, ci arriva un fenomeno come Mark Zuckerberg, il nerd ventitreenne che si è inventato Facebook nei dormitori dell’università e che oggi vale dieci miliardi di dollari [si avete letto bene: miliardi, non milioni…]
Negli Stati Uniti, l’eccellenza accademica non esclude l’anticonformismo e l’innovazione. Le Harvard italiane, invece, stanno sfornando solo una generazione di notai.
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Giuliano Da Empoli nasce a Parigi nel 1973, ha fondato e dirige la rivista di dibattito politico e culturale “Zero”. È editorialista de “il sole 24 ore” e ha pubblicato con Marsilio: Un grande futuro dietro di noi. I giovani e la crisi italiana [1996], La guerra del talento. Meritocrazia e mobilità nella nuova economia. [2000], Overdose. La società dell’informazione eccessiva [2002], Fuori controllo. Tra edonismo e paura: il nostro futuro brasiliano [2005], La sindrome di Meucci. Contro il declino italiano [2006].

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